domenica 18 gennaio 2026

L'inquietante versione turca delle favole di Biancaneve e di Cerentola

Uno dei ricordi più ricorrenti della mia infanzia, forse perché mi ha turbato più di quanto Bem potesse fare, è quel film di produzione turca narrante la favola di Biancaneve dal titolo "La meravigliosa favola di Biancaneve" (Pamuk Prenses ve 7 cücele). Questo film veniva sovente riproposto sugli schermi di Teleregione Color, una emittente televisiva locale pugliese e, nonostante il turbamento e l'inquietudine che mi generava, complice anche la noia dei sonnacchiosi pomeriggi domenicali, non potevo fare a meno di rivedere. Vi sblocco subito il ricordo con la sigla Ciuffi Ciuffi Cià così sappiamo di cosa stiamo parlando ma è possibile trovare online (just google it!) l'intero film:  




Si tratta di un film turco del 1970 che ricalca in maniera piuttosto fedele la famosa fiaba dei fratelli Grimm e portata sul grande schermo da Walt Disney quindi non indugerò sulla ben nota trama. Mi soffermo invece su quanto mi angosciasse e affascinasse allo stesso tempo e mi chiedo se anche voi che mi leggete scatenasse lo stesso genere di reazione e non saprei dire nemmeno il perché. Forse la bruttezza estrema della strega in contrapposizione alla perfetta angelica e innocente bellezza dell'attrice protagonista (Zeynep Değirmencioğlu), forse per alcuni assordanti silenzi, forse per la presenza dei nani: non fraintendetemi, non è il nanismo in sé, ma quando dal cartone si passa a un film con attori nani in carne e ossa, e quegli attori sono già attempati ma vestiti in maniera così infantile e improbabile, l'effetto grafico non è naturalissimo.
Non altrettanto inquietante ma sempre un po' "weird" come direbbe Rachel Zagler (per restare in tema) è il film turco uscito l'anno successivo che, con un notevole sforzo di fantasia e creatività, è stato chiamato La meravigliosa favola di Cenerentola. Anche questo veniva spesso riproposto da Teleregione Color ed era abbastanza fedele alla celeberrima favola di Perrault anche se con qualche stravagante integrazione (per esempio, quelle scene oniriche di Cenerentola fra i gitani).
Entrambi i film fanno parte di una collana di trasposizioni su pellicola di grandi classici e condividono la regia, la sceneggiatura e buona parte del cast. Infatti, la protagonista, Cenerentola, è sempre la stessa attrice, questa volta con capigliatura o parrucca bionda, nonché figlia dello sceneggiatore.
Anche di questo film abbiamo la clip:


Chiudo con un video che raccoglie e pubblicizza i film (live o animazione) di cui ho appena parlato ma anche altri film - provenienti da tutto il mondo - dedicati alle più popolari fiabe.





domenica 11 gennaio 2026

Il più completo elenco dei cartoni fino ai primi '90 ce lo abbiamo noi

E' stata aggiornata la lista dei cartoni su questo sito, una lista di cartoni che appartengono alla mia generazione, quindi, trasmessi fino agli anni 90. Una lista di ben 646 cartoni con relativa immagine per sbloccare qualsiasi cassetto della memoria, anche il più polveroso e inceppato. E' un lavoro che ha richiesto molto tempo e fatica e che vi chiedo di gratificare con i vostri commenti, ricordi, considerazioni. Trovate l'elenco qui QUI.

domenica 4 gennaio 2026

Vicky il Vichingo, un portento del problem solving

Vicky il Vichingo, conosciuto anche come Vickie il Vichingo e come Viki il Vichingo, è un anime , basato su un libro di racconti per bambini creato di un autore svedese, dalla produzione giappo-tedesca, nel senso che ne esiste una edizione giapponese, commissionata da emittente austriaca,  e una tedesca che riprende quella giapponese ma elimina alcune scene per integrarla con altre. Per lo meno, questo è quanto ho capito dalle fonti, un po' confusionarie sull'argomento .
Nei suoi 78 episodi, la serie tratta delle avventure di Vicky, un bambino mingherlino, lentigginoso e pavido, non certo lo stereotipo del vichingo,  e di una compagnia di  maneschi, rozzi ma bonari vichinghi capeggiata da suo padre, Halvar.
Il gruppo vive nel villaggio scandinavo di Flake ((fiocco di neve) e di lì si imbarcano in numerose spedizioni, al limite del fantastico,  ritrovandosi puntualmente in situazioni pericolose che non riescono a risolvere con la semplice e ingenua forza bruta del gruppo di vichinghi.
Le avventure si svolgono dunque in mare - non a caso stiamo parlando di vichinghi - e Vicky, nonostante un fisico e un'età non adatti alla dura vita dei lupi di mare, conquista progressivamente la stima e la fiducia di tutti, nonché una certa leadership, grazie alla sua abilità nel risolvere i guai che di volta in volta incontrano,  usando il notevole ingegno  e la sua fervida immaginazione. Ogni volta che una brillante idea arriva alla mente di Vicky, egli si gratta il naso e scocca le dita (come nell'immagine all'inizio del post). Insomma, Vicky diventa la mascotte della comitiva, senza il quale non si vuole più partire. Questo accade, nonostante la ritrosia di Halvar che, per paterno spirito di protezione nei confronti del figlio, tende a minimizzarne il suo contributo e le sue idee. Curiosità: in uno dei doppiaggi, Vicky ha la voce di Lamù.
Ulteriore curiosità: la sigla ricalca la musica originale del cartone ma ne esiste una inedita di Riccardo Zara e I Cavaliere del re.
È un cartone animato non proprio popolarissimo qui in Italia, credo che molti non lo ricordino nonostante sia stato trasmesso su canali come le reti Rai e Canale 5 o meglio la cui popolarità è stata probabilmente offuscata da cartoni più diffusi, più ritrasmessi e ridistribuiti alle TV locali che ne hanno mandato in onda repliche su repliche, ad nauseam, ammesso che fossimo capaci di provarne per i nostri beniamini della TV.
Tuttavia, all'estero e in particolare nei paesi germanici è un cartone che entrato a pieno titolo nella cultura pop, tanto da meritare un film, più o meno contemporaneo del cartone, e, successivamente, un remake del cartone e un live action. Presumo che fosse molto popolare anche in Spagna, a giudicare dalle numerose action figures di Vicky e la sua ciurma in cui mi sono imbattuta in un mio recentissimo viaggio nella penisola iberica. 

Ecco qui, in un unica foto, alcuni dei numerosi personaggi della serie: a partire da sinistra c'è Ylvi, una amica di Vicky, Faxe, il gigante buono e pauroso nonostante la mole, Tjure, spaccone, simpatico e balbuziente,  poi Snorre, chiacchierone e un po' provocatore, Urobe, il vecchio saggio del gruppo, Halvar, il capo e padre di Vicky (davanti a lui), Ulme, suonatore di lira, cantore, l'animo poetico del gruppo e infine, il più a destra, Gorm, vedetta dell'albero maestro e acrobata.

Ed ecco qui la sigla: 





domenica 28 dicembre 2025

Secret Squirrel, il super segretissimo agente scoiattolo


Dopo Inch High, continuiamo sullo stesso argomento, con quel genere che coniuga la parodia con il tema spionaggio. Ovviamente non sto parlando dell'Ispettore Gadget, di cui a noi nati negli anni 70 in genere importa meno di niente, ma di un altro cartone animato firmato Hanna e Barbera dal titolo originale Secret Squirrel, noto in Italia come Super Segretissimo Agente Scoiattolo. Inizialmente, questo cartone animato era accoppiato con episodi di Atom Ant, la formica atomica, per formare un unico show. S tratta di una serie animata di 26 episodi di 2 stagioni del 1966, ma trasmesso in Italia negli anni '80 principalmente sulle reti locali, il cui protagonista é un segretissimo agente scoiattolo che tira fuori dal suo cilindro...ehm..no, dal cappotto trench antiproiettile a la Dick Tracy e anche dal suo cappello Fedora, ogni genere di gadget futuristico in perfetto stile James Bond e ogni genere di arma, anche le automatiche MG. Il suo cappello Fedora, che mai rimuove se non per estrarre oggetti, ha una falda così bassa da necessitare di due buchi attraverso cui i suoi occhi gialli possano guardare.. Nell'immancabile ruolo di aiutante tipicamente imbranato c'è la talpa Morocco Mole, ovviamente occhialuta come tutte le talpe della finzion e dotata di Fez a sottolineare le origine maghrebine. L'agente scoiattolo bipede prende ordini dall'Agenzia Sneaky Service (ah ah) attraverso il suo superiore Double-Q (detto semplicemente "il capo") e suo accerrimo nemico è Yellow Pinkie (Mignolino Giallo, letteralmente) ovvia citazione del cattivo Goldfinger, celebre antagonista di James Bond (e qui, non posso non rilevare quante parodie abbia ispirato Goldfinger - si pensi a Due mafiosi contro Goldginger degli amatissimi Franco e Ciccio). Negli ultimi episodi appare anche un super esperto di crimonologia scientifica dal nome Hi-Spy. La comicità del cartone risiede, come da marchio di fabbrica Hanna e Barbera, nei giochi di parole, nel doppiaggio in genere affidato a veri attori comici, nei personaggi eccentrici. Questo cartone è stato rilanciato nel 1993, lasciando lo stile grafico pressoché intatto, al netto di una modernizzazione del tratto (figure più spigolose) ma apportando vari cambiamenti, in primis, il fatto che tutti i personaggi diventano animali: Double-Q diventa un bufalo e Yellow Pinkie (ora rinominato Goldflipper) diventa un leone marino. Vengono anche introdotti nuovi personaggi come Penny, l'assistente di Double-Q, una scoiattola e quindi interesse amoroso del super segretissimo agente e il gemello cattivo di Morocco Mole, cioè Scirocco Mole. Morocco Mole, inoltre, ora indossa gli occhiali da sole, probabilmente a causa di una maggiore consapevolezza consolidatasi negli anni relativamente ai danni delle radiazioni solari (NdA). In questa versione, lo stesso Agente Super Segretissimo è più efficiente e ha anche maggiori skills di combattimento corpo a corpo. Ecco qui i personaggi principali della versione originale.
Secret Squirrel
Morocco Mole
Double-Q/The Chief
Yellow Pinkie

Qui la sigla:



giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale

il mio augurio personale a chiunque mi stia leggendo di un Buon Natale di magia e serenità, pieno delle persone e delle cose che sono davvero importanti per voi, chiunque e qualunque esse siano, Anna.

domenica 21 dicembre 2025

L'uomo tigre, il campione di cui avevamo bisogno

Come tradurre post su un anime tanto denso di pathos, senso di giustizia, pietà, crudeltà, generosità, sacrificio... insomma tanto pieno di umanità, nel bene e nel male? Come sintetizzare puntate su puntate, combattimenti su combattimenti fuori e dentro al ring, infiniti incontri di wrestling giapponese sempre più cruenti nonché sempre più bizzarri fino al gran finale di pura viulenzaaa? Beh non sarà facile, ma io ci provo. Incominciamo dall'inizio. 
L'uomo tigre è un potente lottatore mascherato affiliato ad una organizzazione di lottatori chiamata Tana delle Tigri la cui sede è localizzata in una remota e glaciale parte delle Alpi , uno scenario a la "Dove osano le aquile". Si tratta di una organizzazione di stampo criminale che recluta e circuisce bambini soli al mondo, per avviarli ad anni di estenuanti e mortali allenamenti presso le palestre della Tana e farne di essi lottatori forti, scorretti e crudeli che dovranno versare buona parte dei proventi dei futuri incontri all'organizzazione: chi tradirà questo patto sarà perseguitato attraverso un emissario della organizzazione, Mister X, fino all'uccisione da parte degli innumerevoli sicari della Tana.
Troviamo quindi l'uomo tigre che, impertinente e ironico, dopo aver conquistato la notorietà negli States come "il diavolo giallo", è impegnato in vari incontri utilizzando scorrettezze di ogni tipo: colpi in parti vietate, utilizzo di tirapugni di ferro, tavoli scagliati sulla schiena del malcapitato avversario. 
Successivamente viene rivelata al pubblico la sua identità: si tratta di Naoto Date che, come ci mostreranno i flash back, era cresciuto in una casa per orfani e si era fatto reclutare da tana delle tigri nella speranza di costruirsi un futuro migliore e di diventare abbastanza forte da picchiare duro tutti i bulli che rendevano miserabile la vita dei bambini orfani come lui.
Nel frattempo Naoto fa visita all'orfanotrofio in cui è cresciuto, la Chibbiko House, nel presente gestito dai suoi vecchi compagni Watsuke e sua sorella Ruriko, figli del vecchio direttore dell'orfanotrofio; e si presenta con una marea di regali che fanno felici i bambini. Tuttavia, per non tradire la sua identità, si finge una persona pavida e inetta diventando il bersaglio di ilarità e, qualche volta, anche di scherno da parte dei bambini.
Fra i vari bambini (Yoshio, Gaboten, Chappy, Toppi,..) particolarmente vivace ed esagitato, nonché scalmanato fan di Uomo Tigre, è Kenta. Fuggito dall'orfanotrofio per assistere ad un incontro del suo beniamino, sarà il motivo della conversione di Uomo Tigre ad uno stile di lotta reale quando, dalle parole di Ruriko, capisce di avere la responsabilità di essere di esempio per i bambini. Nel frattempo, per evitare l'abbattimento dell'orfanotrofio, Naoto si era indebitato con uno strozzino e questo lo porta, come Uomo Tigre,  a tradire il patto con la Tana. Il tradimento da luogo a una serie di combattimenti all'ultimo sangue contro i malvagi lottatori inviati da Tana delle Tigri per punirlo e nonostante le scorrettezze degli avversari l'uomo tigre combatte secondo le regole, conquistandosi con il tempo l'amicizia dei lottatori della Federazione Lotta Giapponese, in primis il Gigante Baba e Antonio Inoki, personaggi realmente esistiti, che lo guidano con i loro consigli, insieme ad Arashi, anziano maestro di arti marziali. Le puntate si susseguono in una escalation di sempre maggiore violenza, con avversari che lo sfidano in incontri atipici che si rivelano delle vere e proprie trappole mortali: si pensi ad esempio all'uomo Piranha che richiede un incontro con una vasca di piranha che circonda il ring.
Con il tempo altri lottatori tradiscono tana delle tigri e si uniscono alla lotta di Naoto: Daigo Daimon, suo migliore amico ai tempi di Tana delle Tigri, e Ken (Kentaro), la cui sorella Yoko, viene trasferita all'orfanotrofio dopo la morte della loro madre. L'episodio finale mostra il match con il Boss della Tana ed è una delle cose più memorabili della storia dell'animazione.
Qui alcuni dei personaggi della serie (troppi per metterli tutti).
L'uomo tigre
Naoto Date
Mister X
Ruriko
Watsuke
Kenta
I bambini della
Chibbiko House
Antonio Inoki

Il gigante Baba

Maestro Harashi


Tigre Nera,
Re Tigre,
Grossa Tigre
Daigo Daimon


Grande Tigre
Il boss
Alcuni avversari




Segnalo che trovate uno spassoso riassunto della prima puntata sul blog del doc Manhattan: una delle pagine più meritevoli dell'internet.
La serie è composta da ben 115 episodi che ho visto e rivisto su Telenorba e Teledue che lo ritrasmettevano in loop.
Finiva l'ultima puntata e ricominciava da capo. Fino ad un certo punto. Poi cambiò lo schema: prima tutti gli episodi dell'Uomo Tigre, poi quelli dell'Uomo Tigre II e poi si ripartiva da capo.

A proposito dell'Uomo Tigre II, a lungo mi ero chiesta se il suo alter ego Tommy Aku (Tatsuo Aku) fosse Kenta ma mi rispondevo di no: allora ero abbastanza ingenua da pensare che due nomi diversi rappresentassero due personaggi diversi. Ancora non sapevo come il doppiaggio potesse cambiare tutto  e fare di Koji Kabuto un anonimo pilota ausiliario chiamato Alcor in Goldrake. Tuttavia, in una puntata dell'Uomo Tigre II , vista in tempi più recenti, ho notato che nei suoi ricordi di infanzia, Tommy appariva nell'orfanotrofio mentre giocava con Naoto e appare anche Kenta. Si desume quindi che Tommy era uno dei bambini cresciuti ed educati da Watsuke e Ruriko ai tempi in cui Naoto frequentava l'orfanotrofio ma senza rivestire una particolare rilevanza nella serie e di certo non era Kenta.
La sigla dei Cavalieri del Re, composta e cantata superbamente da Riccardo Zara, la conoscono anche le pietre di una città in culonia. GRRRRRRR!







domenica 14 dicembre 2025

Inch High l'occhio privato, un pollice di arguzia

Un investigatore privato alto un pollice, questo era l'infallibile detective creato da Hanna & Barbera in questo cartone dal titolo originale Inch High Private Eye, che denota la brillante abitudine della casa di produzione di giocare con le parole e con le rime. Se Super Chicken con i suoi martini era una non molto velata parodia di un personaggio politico realmente esistente, Inch High era invece una parodia di un personaggio di fantasia, ossia l'agente 86 Maxwell Smart dello show Get Smart, superbamente interpretato da Don Adams, a sua volta già parodia di personaggi come James Bond e l'ispettor Clouseau della Pantera Rosa, protagonisti assoluti dello spionaggio sul grande schermo. Uno show creato dal Mel Brooks, quindi, dal risultato assurdamente comico e surreale garantito.

Come desumibile dal titolo, il cartone narra le avventure di un abile detective in miniatura alto appunto solo un pollice, coadiuvato dalla fdua bella assistente e nipote Lori (Laurie) , il fidanzato di quest:ultima Gator, e il loro cane un San Bernardo chiamato Cuordileone (Braveheart). Egli lavora per l'agenzia Finkerton, chiarissima storpiatura della famosa agenzia Pinkerton, molto familiare ai cultori delle storie e film sul Far West e la Guerra di Secessione americana.

Con il titolare dell'agenzia, il signor Finkerton, ha un rapporto conflittuale e infatti quest'ultima cerca sempre di interferire, infiltrandosi tra i criminali,  nelle operazionj in cui Inch Eye è coinvolto e finisce con l'arrabbiarsi con lui e chiamarlo testa di legno quando la sua coperture salta  Sogna di poterlo licenziare un giorno e trova sempre un modo per non esserte soddisfatto del brillante operato del mini investigatore. A completare il quadro dei personaggi, c'è anche la signora Finkerton. Vestito del suo immancabile trench verde, Inch Eye risolve tutti i casi grazie alla sua Hushmobile, una automobile  silenziosissima, quasi levitante, e adatta a inseguire i criminali senza farsi notare. Ma soprattutto grazie alle sue dimensioni che gli permettono di nascondersi ovunque per raccogliere indizi e questa caratteristica diventa naturalmente fonte di situazioni comiche. L'altro lato della medaglia è che le sue dimensioni lo mettono sovente in situazioni di pericolo ma alla fine, grazie ai suoi aiutanti, riesce sempre a cavarsela.

INCH HIGH
LAURIE
GATOR
CUORDILEONE
MR FINKERTON
MRS FINKERTON


domenica 7 dicembre 2025

Astroganga: un robot sui generis e a colori

Astroganga è una serie animata del 1972, la prima robotica a essere trasmessa a colori. E' un cartone animato che ha sicuramente dei punti in comune con quelli dello stesso genere: 
- terra minacciata da nemici alieni; 
- un robot che difende la terra scontrandosi ad ogni puntata con un nuovo nemico; 
- un pool di scienziati che lavorano dietro le quinte per assicurare la vittoria del genere umano. 
Tuttavia, questi ingredienti sono mescolati in una storia con dei punti originali come vedremo ora con ordine, dando un'occhiata alla trama. Maya, una donna e scienziata aliena, fugge dal suo pianeta distrutto portando con sé un lingotto di "metallo vivo". E' sopravvissuta alla distruzione del suo pianeta da parte dei Blaster, alieni e invasori, che, nel processo di sottrarre l'ossigeno necessario alla loro sopravvivenza, devastano gli altri pianeti. Maya, arrivata sulla Terra, incontra e sposa uno  scienziato, il professor Giugar (Hoshi), il quale espone il lingotto di "metallo vivo" al calore infernale di un vulcano sottomarino: il metallo vivo si autoforgia in Astroganga. Come mostrato nelle puntate successive, il calore del vulcano sarà necessario ad Astroganga per rigenerarsi, ripararsi, assorbire energia. E già qui è evidente una prima grande differenza rispetto agli altri robot: Astroganga non è un ammasso di circuiti, è materia dotata di vitalità e intelligenza proprie, forse non è nemmeno un robot, al di là delle dimensioni gigantesche dei suoi 40 metri di altezza. Ma torniamo alla trama.
Prima di morire a causa degli effetti delle radiazioni a cui era stata esposta, Maya da alla luce un figlio che, nel doppiaggio italiano, viene chiamato Charlie e lascia una coppia di medaglioni che dovrà servire per il processo di entrata in simbiosi di Charlie con Astroganga: infatti - avverte - Astroganga sarà un'arma formidabile contro i Blaster (che nel frattempo si stanno preparando ad attaccare guarda caso la Terra) solo se agirà sinergicamente ad una intelligenza umana.
Ed ecco quindi un'altra fondamentale peculiarità di questo cartone: Charlie, una volta cresciuto fino alla veneranda età di 10 anni, non piloterà Astroganga ma si fonderà ad esso, trasformandosi in energia che viene richiamata dal medaglione posto sul petto di Astroganga una volta connessosi a quello sul petto di Charlie.
Risulta quindi che Astroganga ha sì emozioni ed intelligenza umane ma ha bisogno della simbiosi con Charlie per padroneggiarle e affrontare efficacemente le battaglie.
Un'altra peculiarità di Astroganga è l'assenza di armi: niente alabarde spaziali o missili piazzati in zone erogene, le vittorie sono garantite a suon di pugni e colpi a taglio. Tuttavia, Astroganga, è in grado di volare e chiedete a Mazinga Z, che aveva bisogno di agganciarsi al  Jet Scrander, se questa è roba da poco.
E nel gran finale, Astroganga si rivela persino in grado di prendere decisioni drastiche e autodeterminarsi.. .e non vi dico di più per non spoilerare.
Qui alcune immagini che mostrano i vari personaggi: oltre a Ganga e Charlie, ci sono Maya, il professor Giugar, Cindy (una amica di Charlie, figlia del Maggiore Bronson), i blasters (tutti identici fra loro a meno del numero identificativo), il nonno di Charlie e i signori Bronson.

Astroganga (Astroganger)
Charlie (Kantaro)
I blaster
Prof. Giugar (Hoshi)
Maya
dott. Moses - il nonno
Cindy (Rie)

Maggior Bronson
(Mr Hayakawa)
Sig. Bronson
(Mrs Hayakawa)

Sottovalutata è la sigla: per lo meno, a me piace molto ed è per questo che l'ho riconosciuta immediatamente quando uno spezzone è stato usato nello spassosissimo film Cornetti alla Crema anche se Lino Banfi si ostina a chiamare Ulrico "Mazinga" anziché "Ganga", stando alla musica.





domenica 30 novembre 2025

Inchinatevi!

Oggi si parla dell’Invincibile Shogun, serie animata di 46 episodi, rientranti nel genere Manga Mitokōmon ossia quelle storie a fumetti più o meno liberamente ispirate a personaggi realmente esistiti. Nello specifico, il personaggio qui protagonista, lo Shogun Mitsukuni Mito, è anche piuttosto fedelmente ispirato alla figura del signore feudale Tokugawa Mitsukuni, una sorta di potente latifondista che viveva nella regione giapponese attorno alla città di Mito, che infatti ricompare nel nome del personaggio principale dell’anime. Una caratterizzazione piuttosto fedele a parte il titolo di shogun che in realtà presuppone un potere dittatoriale che non è prerogativa né del personaggio della serie né del personaggio storico (seppur discendente da uno shogun il che lo rendeva al massimo un vice-shogun), un termine quindi usato più alla ad mentula canis. I punti in comune tra il personaggio storico e quello fictional sono parecchi. In primo luogo, secondo quanto trasmesso dalla tradizione orale dei cantastorie, Tokugawa, esattamente come nel cartone animato, usava circolare nelle suo feudo accompagnato da due fedelissimi servitori: il samurai Suke, dotato spadaccino, e il samurai Kaku, uomo dall’incredibile forza fisica, che nell’anime viene potenziata indossando la fascia della potenza. Lo faceva in incognito, travestito da contadino, così potesse osservare da vicino i comportamenti reali e incondizionati dei suoi subalterni e delegati (quelli che nella nostra società medievale avremmo chiamato vassalli, valvassini e valvassori) nei confronti degli ultimi, punendone abusi e vessazioni. E qui risulta anche evidente un ulteriore punto in comune tra il personaggio storico e il protagonista dell’anime: un temperamento mite e un profondo senso di giustizia, probabilmente anche il frutto di una mente aperta e dedita allo studio e alla ricerca (Tokugawa era anche una sorta di pensatore e mecenate). Il singolare comportamento del feudatario, quello di aggirarsi in incognito, per assicurare che i suoi territori fossero amministrati con rettitudine e equità, contribuì a creare il “mito” (è il caso di dirlo) attorno a questo personaggio storico, tanto da diventare il protagonista, ancora prima che del manga e dell’anime, di uno sceneggiato trasmesso sulla TV giapponese negli anni 50. E non finisce qui. Esiste un anime della casa di produzione Sunrise, credo mai arrivato in Italia, di genere robotico, che ancora si ispira al mito dei Tokugawa, solo che stavolta il feudo si estende su diversi sistemi stellari e il robot Daioja, dal design molto simile ad altri robot della stessa casa di produzione come Daitarn III e Trider G7, è il mezzo con cui il principe Mito, facendo viaggi intergalattici incogniti, assicura una amministrazione improntata alla giustizia in tutto lo spazio. Ritornando al nostro anime, ogni puntata ricalca queste dinamiche presentandosi con il tipico schema: lo shogun con i suoi samurai si imbatte in qualche prepotente che commette abusi su contadini e povera gente; Suke e Kaku affrontano i suoi scagnozzi, battendoli grazie al Taglio a croce della spada di Suke e la forza a mani nude di Kaku, moltiplicata dalla fascia della potenza; alla fine, Suke tira fuori un vessillo di stoffa con il simbolo nobiliare (la malvarosa, proprio il simbolo di Tokugawa) di Mitsukuni Mito e intima a tutti di inchinarsi di fronte a quella leggenda vivente; gli spettatori si chiedono perché non lo abbia tirato fuori prima (risposta: per lo stesso motivo per cui il Daitarn usa l’attacco solare solo dopo innumerevoli danneggiamenti). La serie animata è resa leggera dalla presenza di alcuni coprotagonisti e compagni di viaggio come l’orfano Sutemaru con il suo cane Dembé e Okoto, una ragazza che compare solo nella prima parte della serie. I protagonisti tutti insieme appassionatamente:
Ed ecco una delle due sigle, “Tamashio Chambara”.

 


Una nota a margine: una delle poche cose belle e geniali, in mezzo a tante follie, generate nell'era C0v1d è stato questo Meme.

domenica 23 novembre 2025

Mode meteore e mode horror

 

Quale mese è migliore del lugubre novembre per parlare di horror? No, non è un post sullo Zio Tibia Picture Showè un post su alcune mode che negli anni a cui questo blog fa riferimento esplosero con gran velocità e pervasione (o perversione?) e con la stessa velocità implosero e che, neanche a dirlo, non sono ricordate per buon gusto.

Iniziamo dalla meno orripilante così da guidarvi un crescendo di pacchianeria che si mescolerà alla vostra perplessità per la serie “oh, ma davvero stai a dì?”.

1)      Pupazzetti a pinza da attaccare a vestiti e zaini


Infantile si ma tutto sommato accettabile questo vezzo di attaccare piccoli peluche vhe nascondevano un meccanismo a pinza tra le braccia che permetteva di attaccarli ad abiti, borse, marsupi e zaini scuola. Ce ne erano infinità di varianti e colori tra orsacchiotti, koala, cagnolini, scimmiette, coniglietti. Modelli che rappresentavano animaletti anonimi, con vestitini o con la loro nuda pelliccia, e altri che rappresentavano  celebrità fra gli animaletti come Poochie o Monciccì.

2)      Braccialetti di cordoncino

Quando i mezzi erano pochi  e il "baccalà fuggito" (baccalé fejeut) era principe indiscusso delle nostre tavole - sì eravamo nel boom economico, ma allora c'era un sano sistema di priorità che ci imponeva prima il risparmio per l'acquisto della prima casa, poi il risparmio per gli imprevisti della vita e per la futura vecchiaia e poi tutto il resto - anche per essere alla moda ci si arrangiava come si poteva. Ed ecco che 12 cm di cordoncino colorato, meglio se nei nuovi colori giallo, verde e fucsia fluorescenti -  preso in merceria a 100 lire diventava un braccialetto una volta che le estremità venivano fuse e unite con l'aiuto di un fiammifero. Io ne portavo una decina per ogni braccio.

P.S. una volta ne rubai uno in merceria, primo e ultimo furto della mia esistenza. Ebbi tante di quelle legnate da mia madre che la parola "onestà" mi è restata tatuata su ogni singola cellula.



3)      Mollettoni per i capelli con i fiori

Come se i mollettoni di plastica - gli stessi che oggi fortunatamente si usano solo per separare le ciocche durante la piega - non fossero già abbastanza brutti da sfoggiare, in commercio arrivò un'ondata di mollettoni a buon mercato con grossi fuori attaccati su uno o entrambi i lati. Fiori rigorosamente in tinta: mollettone rosso con garofano rosso, mollettone giallo con margheritone giallo, mollettone rosa con rosa rosa. Immaginatevi l'effetto con i capelli scalati a la Rod Stewart, cotonati a la Cyndi Lauper o raccolti a la Brigitte Bardot.


4)      Ciuccetti di plastica

Da appendere a bracciali, collane, cerniere, erano praticamente ovunque. Ognuno di noi ne indossava svariati, tutti di plastica ma di varie dimensioni, di vari colori, trasparenti o opachi. Le bancarelle ne erano invase, li vedevi su ogni teenager, ragazza o ragazzo che fosse, e talvolta anche su adulti. Si vendevano anche collane che erano pesanti ammassi di ciuccetti variopinti. Una moda che dilagò fulminea e scomparve con la stessa velocità di un tormentone estivo quando iniziano a cadere le foglie. Qua si viaggiava verso i '90.


5)      Frontini imbottiti per capelli 

I frontini per i capelli, oggi in disuso, sono stati accessori per i capelli molto popolari per decenni. Ma ricordo un anno, in particolare, in cui divennero di gran moda, conobbero un nuovo slancio, in particolare quelli di stoffa imbottiti, in varie fantasie e colori. E la vera particolarità era che li indossavano tutti, anche molti uomini dato che allora molti avevano capelli folti, ribelli e medio-lunghi. Un trend fashion che oggi non potrebbe esistere considerando l'alta diffusione di alopecia maschile.


6)      La ciabatta infradito con le bande di spugna arcobaleno

Ciabatta infradito con suola multicolore di gomma schiuma con le bande in spugna di cotone color arcobaleno. Al di là della  pacata sobrietà dei colori, quello che mi colpiva erano i 5 inserti ovali per ogni suola, ognuno di colore e dimensione differente, che rappresentavano le 5 dita sotto le quali si andavano a posizionare. In realtà quello che mi colpiva davvero è che erano estraibili, per cui persone troppo inclini  a toccarsi costantemente i piedi, ci giocherellavano, staccandoli e riattaccandoli, tra una toccata e una grattata


.


7)      La ciabatta di plastica a bande incrociate

La detesto ma ce l'ho ancora e la uso solo per entrare nella mia ampia doccia quando devo pulirla, detestando ancora di più l'idea di entrare in doccia con scarpe mentre faccio le pulizie.

Non so se la detesto più per la sua durezza o scomodità  o perché sono rasoterra (ehm ho sempre bisogno di un po' di slancio) o perché l'associo ad un uomo del vicinato, che la indossava, che odiava i bambini che giocavano in strada e più volte ci ha sequestrato il pallone e lo ha tagliato davanti ai nostri occhi addolorati. Il modello è detto Mexican immagino, ma è una mia interpretazione, perché l'incrocio e la trama bucherellata ricorda le ciabatte di fattura precolombiana (le huarache) che venivano realizzate intrecciando il cuoio.



8)      Le spalline oversize

Un altro articolo che detestavo erano le spalline che purtroppo in quegli anni venivano cucite di default sotto la fodera di ogni giacca, ma anche presenti nei cardigan, camicie e persino maglioni.

Per me che avevo già grandi spalle larghe e alte, indossarle significava fare scomparire definitivamente il collo. Se già odiavo visceralmente le spalline a giro, l'odio raggiungeva livelli da Iriza Legan quando si trattava delle ancora più orribili spalline a kimono che sformava la figura di coloro che le indossavano facendoli sembrare, almeno nel mio immaginario fanciullesco, degli alieni.



9)      Il ritorno della scarpa ad occhio di bue

Mentre oggi i bambini indossano scarpe piene di lustrini e brillantini, i bambini nati negli anni '70 conoscevano soltanto un tipo di calzature: le scarpe ad occhio di bue. Nere, austere, pesanti ma di ottima fattura come mi viene ancora rinfacciato: "Da piccola ti compravo la roba buona (...non pensate male!), le scarpe delle Balducci!".

Immaginate la felicità quando l'obbrobrio di quei buchi sorridenti sulla tomaia è ricomparso sulle nostre scarpe di adolescenti e degli adulti. Immaginate questi buchi quando potevano sembrare ridicoli su chi indossava un 45 di scarpe. In più, la scarpa era riapparsa con materiali più leggeri, come il gros-grain, in maniera da poter essere indossata d'estate, senza calzini, con gli spazi tra le dita che si vedevano dai buchi.


10)      Portachiavi di vero visone

Chiudo con l'articolo, a mio parere, più kitsch della panoramica: il portachiavi fatto con la coda o la zampetta vera di visone con tanto di unghiette ancora attaccate. Era il tempo in cui le pellicce vere erano considerate un capo elegante e lussuoso, un status symbol a cui molte massaie ambivano. Le pelliccerie erano business molto proficui e potevano permettersi di sponsorizzare trasmissioni e quiz in TV. Non era infrequente quindi che circolassero gli scarti di lavorazione, come appunto le zampette, che venivano utilizzati per creare "deliziosi" accessori. Per fortuna, almeno su questo, il gusto si è un tantino evoluto.